Procida

Una storia marinara, di remi e di vele, di pescatori e di capitani coraggiosi

Questa è la storia di Procida, intima e minuscola (3,7 chilometri quadrati), immersa nel Tirreno come la perla scontrosa di un’ostrica selvaggia, così fascinosa da solleticare fantasie medievali, poesie e visioni di narratori lanciati sulle rotte dei paradisi lontani.

Oggi arrivano i navigatori dell’estate, ed è un posto fatale per gli artisti, un set sublime per il cinema. E se le star del grande schermo alimentano i miti del presente, richiamano un percorso già delineato in capolavori della letteratura, da Virgilio ad Orazio, da Giovenale a Boccaccio, fino a «Graziella», il romanzo di Alphonse de Lamartine, un diplomatico francese di stanza a Napoli, che naufragò sull’isola durante una gita in barca.

La giovane corallaia, figlia di un pescatore, si innamorò, riamata, di Lamartine, che così la descriveva: «Graziella aveva gli occhi a mandorla, grandi, erano di quel colore indefinito tra il nero scuro e il blu del mare… tinta celestiale che le donne dell’Asia e dell’Italia traggono dal fuoco ardente del loro sole e dall’azzurro sereno del loro cielo, del loro mare e delle loro notti».

Procida è la più piccola delle isole partenopee. Conserva un fascino autentico, che esprime una profonda identità marinara punteggiata da tradizioni contadine. Il suo nome deriva da Prochyta, che significa profusa, sollevata dalle acque ed è inserita nel contesto vulcanico dell’area flegrea. Del resto, è possibile identificare ben sette crateri intorno alle sue coste che si caratterizzano per l’alternanza di falesie e spiagge all’interno di insenature e suggestivi golfi.I reperti rinvenuti nel vicino isolotto di Vivara testimoniano che fu abitata dai Micenei a partire dal XVII e XVI secolo avanti Cristo: epoche durante le quali divenne un importante crocevia per la lavorazione e la commercializzazione dei metalli. Il passato più recente rievoca invece le vicende del signore e feudatario Giovanni da Procida, noto per aver organizzato i Vespri Siciliani.Schermata 2024 01 18 alle 10.09.55 1120 747

Ma l’aspetto più accattivante dell’isola è attribuito all’architettura delle abitazioni che costituiscono l’anima dei suoi borghi vecchi. Le case sono colorate, affinché fossero riconoscibili da lontano, dai naviganti in mezzo al mare; e originali, quasi incastonate come un puzzle: colpiscono i viaggiatori fin dallo sbarco a Marina Grande, il porto commerciale che è affiancato dall’approdo per i pescherecci e dalla marina turistica. L’impatto visivo è immediatamente accattivante. Non a caso il grande Cesare Brandi, fondatore dell’Istituto del restauro, esaltava questi scorci che lasciano «senza fiato», sottolineando l’«allineamento di case alte, di tutti colori, strette come una barricata, con tante arcate chiuse a mezzo, come strizzassero un occhio». Simbolo di un raccoglimento cruciale, di una architettura che «è mediterranea e rappresenta la propaggine ancora viva, fino a poco tempo fa, dell’architettura tardo-romana e bizantina. Archi e volte, niente altro che archi e volte, con certe soluzioni di scale esterne che sono amabili come un complimento». Espressioni emblematiche, che fanno da guida lungo i percorsi e gli itinerari procidani.

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